Parrocchia Santa Maria Maddalena

Storia

Il Duomo di Monterotondo

Quando fu annunciato Cristo, l’anima religiosa di Monterotondo non tardò ad aprirsi alla Fede, tanto che anche la città ebbe i suoi martiri. Tra essi si ricorda S. Restituto, la cui tomba diede nome al colle ove adesso sono i Cappuccini.

La lapide oggi presente nella sacrestia del Duomo testimonia la consacrazione nel 1152 di una precedente chiesa che, per essere così solennemente “dedicata”, non poteva che essere parrocchiale.

Parallelamente alle vicissitudine politiche caratteristiche del XV-XVI secolo, nell’anima religiosa di Monterotondo si stava formando una coscienza civile, perché la carità cristiana si organizzava nelle varie forme di assistenza e di servizio che diventavano “Misericordie”, “Monti Frumentari”, Ospedale per i malati e i pellegrini, come quello che poi fu del SS. Gonfalone. La vita religiosa partecipata si tradusse in Pii Sodalizi, in Pie Unioni e soprattutto in Confraternite, con le loro amministrazioni e i loro statuti. Misericordie, Confraternite, Pii Sodalizi, Corporazioni… tutti avevano il loro Patrono. I calzolai, S. Crispino; i sarti, S. Omobono; i fabbri, S. Eligio; i falegnami, S. Giuseppe. E poi S. Antonio Abate: protettore delle bestie, era protettore di quasi tutta la forza motrice di cui allora gli uomini disponevano, di una fonte insostituibile di alimentazione e di indumenti (d’altronde, a quei tempi cotone, patate, mais… ancora dovevano arrivare dall’America); perciò era tenuto caro dai mandriani, dagli allevatori, dai contadini, dai carrettieri, dai pastori e dai macellai. Fino ad arrivare poi alla scelta dei Patroni della Comunità parrocchiale e dell’intera città di Monterotondo: i SS. Apostoli Filippo e Giacomo.

Nel 1626 i Barberini comprarono Monterotondo dagli Orsini. Carlo Barberini ricevette, nel 1627, il titolo gentilizio di duca di Monterotondo da suo fratello, il Papa Urbano VIII. Carlo Barberini ristrutturò ed ornò quello che diventò un sontuoso palazzo ducale ed ora è il palazzo Comunale. Dunque, il palazzo del Popolo, partito dalle assemblee parrocchiali, è arrivato ad insediarsi nel palazzo dei padroni e – per meglio ricordare il cammino fatto – ha lasciato al loro posto gli stemmi dei vari padroni e le pompose iscrizioni di Carolus Barberinus Sanctae Romanae Ecclesiae Capitanus Generalis Ereti Dux.

Questa solenne dicitura campeggia anche nella grande lapide che sovrasta la porta centrale del Duomo. Infatti il duca, appena preso possesso di Monterotondo, si trovò a dover fronteggiare la decisione presa dal “Consiglio Cittadino” già nel 1621, ancora al tempo degli Orsini: la costruzione di una nuova chiesa piuttosto che la restaurazione e l’ampliamento di quella consacrata cinque secoli prima. Infatti erano aumentati il numero ed il benessere della popolazione e affianco dell’antico “castello” stava sorgendo il “borgo”. L’antica chiesa parrocchiale risultò inadeguata soprattutto quando il papa Urbano VIII venne a Monterotondo per visitare l’illustre nuovo feudo dei suoi parenti.

L’esigenza di una nuova chiesa parrocchiale era segno anche di un profondo rinnovamento religioso che si era fatto sentire anche a Monterotondo. Già da circa 20 anni i Cappuccini, da poco istituiti, avevano preso dimora sul colle di S. Restituto. Era il rinnovamento religioso portato dal Concilio di Trento; il cardinale Carlo Madruzzi (che era stato vescovo di Trento prima di essere nominato cardinale vescovo di Sabina) nella visita pastorale del maggio 1629 approvò l’erezione e il sito del Duomo. L’edificio sacro venne bene orientato secondo la norma tradizionale con la facciata ad occidente sicché i fedeli potessero pregare ben “orientati” verso il Crocifisso e l’altare dell’abside situati ad oriente; volti alla luce di quel sole che non conosce tramonto, e che, quando tornerà come giudice, «sarà come il lampo che guizza dall’oriente e brilla fino all’occidente» (Mt 24,27) .

Nemmeno un anno dopo l’approvazione ebbero luogo i riti della benedizione e della collocazione della prima pietra (sabato 16 giugno 1629).

Il duca Carlo morì improvvisamente a Bologna il 26 febbraio 1630, a costruzione appena avviata. La grande lapide che campeggia sulla porta centrale del Duomo ci ricorda che l’opera venne portata avanti dal figlio Taddeo, il quale aggiunse del suo alla somma già stabilita dal padre.

Ma la costruzione fu complicata innanzitutto dalle spese e dai problemi che si dovettero affrontare per chiudere Duomo e borgo dentro la cinta muraria. Inoltre il duca Taddeo non aveva più molto a cuore Monterotondo perché proprio nel 1630 aveva comprato il principato di Palestrina: gli premeva di più il titolo di principe di Palestrina che quello di duca di Monterotondo. A richiamare al dovere il nipote provvide severamente il papa Urbano VIII che gli intimò di portare presto a termine la costruzione del Duomo, pena la scomunica. Gli studiosi concordano nel dire che il segno della fretta con cui il duca Taddeo dovette portare a termine la costruzione è la facciata senz’altro disadorna a confronto con la grandiosità dell’interno.

Soffermandoci ancora un momento sulla lapide, essa inizia col ricordare che ogni luogo di culto è dedicato a D(io) O(ttimo) M(assimo), Gesù Salvatore nostro, cioè a D.O.M. fattosi uomo per noi.

In particolare il Duomo veniva eretto «in onore della B(eata) Immacolata sempre Vergine Maria», ben due secoli prima che l’Immacolata Concezione venisse proclamata verità di fede. Secondariamente si legge anche «in onore di S.M. Maddalena», confermata titolare della nostra Parrocchia. Con bolla pontificia del 6 maggio 1638, Urbano VIII riconobbe al Duomo il titolo di «Insigne Collegiata». La lapide ci assicura che l’intero lavoro edilizio, liturgico, giuridico, poteva dirsi condotto a termine nel 1639, quando Urbano VIII mandò un suo visitatore per controllare se il Duomo era finalmente agibile e provvisto di tutto il necessario al culto. Avutane relazione affermativa, dichiarava il Duomo aperto al culto il 21 ottobre 1639. Lui stesso, Papa Urbano VIII venne in Duomo nella sua visita del 1641, quando regalò al Duomo il campanone di undici quintali e vari paramenti sacri.

La decorazione del Duomo, sia per gli affreschi che per gli stucchi è legata ai marchesi Del Grillo che ricomprarono Monterotondo dai Barberini il 3 novembre 1699 e ne tennero la signoria per 115 anni.

I Boncompagni, che nel 1814 comprarono il ducato di Monterotondo dai Del Grillo, non fecero in tempo o non si curarono di togliere il grillo dal palazzo ducale e dai capitelli delle ante del Duomo. Ebbero cura però di mettere un loro stemma sull’arco del presbiterio e due sul cornicione dell’abside a testimonianza che l’opera di decorazione all’interno del Duomo, iniziata e portata avanti dai Del Grillo, fu terminata dai Boncompagni Ludovisi.

Il Duomo così decorosamente sistemato venne consacrato il 5 ottobre 1845 dal cardinale Luigi Lambruschini, vescovo di Sabina e Segretario di Stato, il giorno prima della venuta a Monterotondo del papa Gregorio XVI.

Viene chiamato Duomo in molte città italiane la “Casa del Signore” esteriormente più degna di questo nome, rappresentativa di tutte le altre chiese e della città stessa. Il Duomo risultò quindi degno e pronto ad essere elevato alla dignità di “Basilica Minore” da papa Gregorio XVI.

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Entrando all’interno del Duomo, risalta la nuova concezione planimetrica del Vignola, che aveva abolito le navate laterali in favore di un’unica navata rettangolare, con ampio transetto e abside nell’usuale pianta a croce latina. In tal modo si dava piena visibilità all’altare, per una maggiore partecipazione all’Eucaristia, e una migliore visibilità del ministro di Dio durante la celebrazione della Parola di Dio. In sostituzione delle navate laterali, vi sono le cappelle che danno sostegno all’impianto murario perimetrale, movimentando la scenografia architettonica con un susseguirsi di penombre delle cappelle. Al di sopra delle cappelle e del cornicione si inseriscono gli strombi di sei grandi finestroni che illuminano l’interno. Gli stucchi ricchi, ma non sovrabbondanti, mettono in evidenza gli elementi architettonici come archi, cornicioni, ante; ornano i finestroni, riquadrano e scandiscono le ampie superfici, incorniciano gli affreschi.

Una cornice rettangolare modulata e dorata racchiude il grande affresco della volta, il quale rappresenta l’Assunzione della Beata Vergine Maria, facendo da riscontro a quanto annunciato dalla lapide esterna. La raffigurazione è ispirata ad un racconto leggendario che narra tutti gli Apostoli al transito di Maria. Tutti presenti, eccetto il solito Tommaso che, giunto in ritardo, volle rivedere le sembianze di Maria. All’apertura della tomba di Maria, gli Apostoli trovarono bellissime rose. L’affresco, non firmato, è attribuibile senza dubbio a Domenico Pistrini, la cui firma si trova invece nell’identico affresco dell’abside della Concattedrale di Magliano Sabino.

 

 

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Sempre nella volta, ma longitudinalmente al transetto, dentro una più ricca cornice di stucchi, un affresco rappresenta le tre virtù teologali: la Fede, nelle sembianze di una donna maestosa velata che innalza i Segni Eucaristici con la mano destra e sostiene la Croce con la destra, la Speranza, una donna volgente lo sguardo verso il cielo, e la Carità, come una madre che allatta e protegge i propri bambini. Nelle lunette di stucco complementari alla cornice del dipinto, quattro piccoli affreschi rappresentano le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

L’arco grandioso che introduce al Presbiterio è particolarmente ricco di stucchi di vari motivi ricorrenti; il più appariscente è quello dei tralci di vite e dei grappoli, nella facciata inferiore. Sulla sommità dell’arco campeggia lo stemma dei Boncompagni Ludovisi: il drago dei Boncompagni e le corte bande dei Ludovisi. Due angeli a tutto rilievo sorreggono lo stemma e suonano le trombe per risuonare la fama della nobile famiglia.

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Sulla volta del presbiterio un rosone di stucco incornicia la gloria di Santa Maria Maddalena ai piedi della Ss. Trinità. L’abside è illuminata da tre finestre in vetri policroni. Quella in mezzo, alta nel catino dell’abside, ovale, contornata da un ricco stucco di nubi, rappresenta la mistica Colomba e richiama quella che in Vaticano sovrasta “la gloria” del Bernini. Le altre due finestre, ovate, alte e strette, sotto il livello del cornicione, rappresentano i SS. Apostoli Protettori di Monterotondo: Giacomo il Minore a sinistra e Filippo a destra. Queste due finestre intervallano i tre affreschi della parete dell’abside: a sinistra la Maddalena identificata con la peccatrice che bagnò di profumo e di lacrime i piedi di Gesù; a destra l’episodio evangelico della Maddalena che di fronte al sepolcro vuoto sente alle spalle Gesù risorto e lo scambia con l’ortolano; al centro, in una cornice più modulata e più ricca, la Maddalena penitente.

Sotto gli affreschi, il semicerchio del Coro in legno scuro, con la Cattedra Vescovile al centro di 12 “stalli”; ricorda il tempo della “Insigne Collegiata” officiata dall’Arciprete, dai 6 canonici e dai 4 cappellani. Sul presbiterio si affacciano due balconcini di legno, uno per parete, con una grata elaborata di legno, dai quali si potevano seguire le S. Funzioni; era un privilegio riservato ai familiari dell’arciprete (balconcino a sinistra) e del duca (balconcino a sinistra, al quale si accedeva direttamente con un passaggio dal palazzo ducale).

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In mezzo al presbiterio si trova l’Altare maggiore. È costituito da un sarcofago di marmo africano venato, monolitico, come quelli che entrarono in uso nel I secolo dopo Cristo. La peculiarità più evidente è l’ornato a “strigilature”, cioè a scanalature sinuose parallele. Esse partono contrapposte da un lato e dall’altro e si scontrano al centro, col significato delle onde del tempo che si succedono dall’infinito del passato, si fondono nel presente e si perdono nel futuro. Affinché il sarcofago (in cui vennero deposti i corpi dei martiri Bonifacio e Sisto nel XVII secolo) diventasse altare, gli fu imposta una lastra di marmo che cominciò a funzionare da Mensa Eucaristica quando il Duomo venne aperto al culto il 21 ottobre 1639. Tale lastra fu trovata rotta e perciò venne interdetta nella Visita Pastorale dal cardinale Odescalchi dal 3 al 9 ottobre 1833. Fu fatta una nuova mensa marmorea e l’altare venne consacrato dal cardinale Lambruschini il 5 ottobre 1845, giorno antecedente la venuta a Monterotondo di papa Gregorio XVI.

pianta

  • 1 – Cappella del Santissimo Sacramento e di Maria Regina
  • 2 – Cappella delle Anime Purganti
  • 3 – Cappella dei Santi Patroni Filippo e Giacomo
  • 4 – Cappella del Battistero
  • 5 – Cappella della Beata Vergine Maria Addolorata
  • 6 – Cappella del Sacro Cuore
  • 7 – Cappella di Sant’Antonio
  • 8 – Cappella delle Sante Reliquie e della Riconciliazione